Mandibola posteriore aumentata o nativa: dopo 15 anni l'osso innestato regge meglio la salute perimplantare
Raghoebar GM, Hakkers J, Telleman G
Studio originale: Outcomes of dental implants placed in horizontally augmented or native posterior mandibular bone: a 15-year prospective cohort study. — International Journal of Oral and Maxillofacial Surgery
In breve
- •La sopravvivenza implantare a 15 anni è risultata quasi identica: 94,7% nell'osso nativo, 95,3% nell'osso aumentato.
- •La perdita ossea marginale dal carico ai 15 anni è stata significativamente maggiore attorno agli impianti in osso nativo (P=0,001).
- •La perimplantite si è verificata con minor frequenza nel gruppo aumentato in questa casistica (P=0,038).
- •L'aumento era eseguito con solo osso autologo: i risultati potrebbero non estendersi ad altri materiali da innesto.
Inserire un impianto in osso innesto ne compromette il destino a lungo termine? Quindici anni di dati prospettici da due studi clinici randomizzati dicono il contrario — e la sorpresa va contro un istinto clinico diffuso. Trentanove pazienti hanno ricevuto 83 impianti nella mandibola posteriore, in osso nativo oppure in siti aumentati con solo osso autologo. Parametri clinici, radiografici e riferiti dal paziente sono stati seguiti al basale e a 1, 5 e 15 anni.
La sopravvivenza è risultata alta e quasi identica: 94,7% nell'osso nativo, 95,3% in quello aumentato. Fin qui, pareggio. Ma il quadro della salute perimplantare diverge. Gli impianti in osso nativo hanno mostrato più sanguinamento al sondaggio (P=0,022), indice gengivale più alto (P=0,038) e profondità di sondaggio perimplantare maggiore (P<0,001). Anche la perdita ossea marginale dal carico ai quindici anni è risultata significativamente superiore nell'osso nativo (P=0,001), e la perimplantite si è presentata meno spesso nel gruppo aumentato (P=0,038). La soddisfazione del paziente è cresciuta in entrambi i gruppi ed è rimasta elevata per tutto il periodo.
La lettura clinica è controintuitiva e merita di essere soppesata. Qui l'aumento non è stato un handicap da superare: i siti ricostruiti si sono comportati almeno quanto l'osso nativo e, su ogni indicatore infiammatorio e di livello osseo perimplantare, leggermente meglio. Gli autori sono prudenti — è una casistica piccola, monocentrica, con innesti specificamente autologhi — ma l'orizzonte a quindici anni è raro e prezioso. Per il chirurgo che valuta se aumentare una mandibola posteriore deficitaria o inserire un impianto più corto nell'osso nativo disponibile, è la prova che l'osso innestato non è un punto debole nel lungo periodo, e può perfino ospitare tessuti perimplantari più sani. Il meccanismo resta aperto: se il vantaggio derivi da una migliore qualità ossea, da un posizionamento implantare più favorevole nel volume ricostruito o da condizioni dei tessuti molli migliori, è ancora da chiarire.
Perché conta in pratica
Di fronte a una mandibola posteriore deficitaria, l'istinto di "usare l'osso disponibile" ed evitare l'aumento non trova supporto in questo studio prospettico a 15 anni: i siti ricostruiti hanno mostrato una salute perimplantare migliore su tutti gli indicatori infiammatori e di livello osseo, senza penalizzare la sopravvivenza. La casistica è ridotta e limitata agli innesti autologhi, ma per il chirurgo che valuta tra aumento e impianti corti in osso nativo rappresenta un dato di lungo periodo da considerare.
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